Per questo intervento sul rapporto tra scuola neoliberista e nuove tecnologie condividerò con voi le riflessioni del pedagogista venezuelano Luis Bonilla Molina, una delle figure più importanti nel dibattito pedagogico latinoamericano, animatore del sito http://otrasvoceseneducacion.org/ ex viceministro per l’istruzione universitaria della Repubblica Bolivariana del Venezuela, nonché attuale presidente dello Iescal Unesco.
Nel 2020, anno della pandemia, attraverso il suo blog personale ha introdotto un tema che ha riscontrato grande interesse nell’ambito della ricerca sociale, quello del blackout pedagogico globale. Prima di entrare nello specifico del tema è necessaria una piccola premessa: la pedagogia oggetto di questo blackout non è da intendersi come una scelta metodologica individuale di un insegnante o di un gruppo di insegnanti, ma è un ragionamento complessivo che mette insieme il rapporto tra individuo e società, tra società e natura, e tra società e finalità. Luis Bonilla-Molina intende portare il ragionamento e la critica pedagogica allo stesso livello a cui, in Italia, lo aveva portato Antonio Gramsci. Non è un caso che Gramsci oggi sia una delle figure di riferimento della pedagogia critica in America Latina e nel mondo. Per affrontare la questione del blackout pedagogico vanno in primo luogo analizzate 4 radici: economica, politica , sociale e tecnologica
Radice economica
Il blackout pedagogico globale ha innanzitutto una radice di ordine economico. A seguito della Seconda Guerra Mondiale in cui la maggior parte dei paesi altamente sviluppati, come sappiamo, ne uscirono devastati per riattivare la macchina capitalista si decise di ampliare il numero dei consumatori. Da qui tutta la questione della massificazione del sistema scolastico. Si dovevano fare imponenti investimenti in infrastrutture: autostrade, strade, porti, aeroporti per far arrivare le merci il più vicino possibile ai centri di consumo. Questo modello funzionò più o meno fino agli anni ‘70. Negli anni ‘70 arriva la crisi di sovrapproduzione e nel capitalismo si produce una modificazione immediata: si crea il concetto di rapida obsolescenza delle merci, affinché quanto comprato si distrugga dopo 5, 6, 7 o 10 anni al massimo. È in questo momento che nasce il concetto di centro commerciale, rappresentato magistralmente da Saramago nel romanzo La caverna.
Con esso si distrugge il piccolo commercio e si attua la ricollocazione del consumo in nuovi spazi. Questo modello funziona più o meno bene fino al termine degli anni ‘90 e l’inizio del XXI secolo. Oggi la tendenza del nuovo modello di consumo è quello del consumo online. Tutto è stato progettato per non andare più nei centri commerciali e per ricevere le merci direttamente a casa. In una prima fase di questo processo si ha l’eliminazione dei punti vendita. Ma questo è solo l’inizio degli sforzi tecnologici per chiudere il consumo nei centri commerciali e promuovere il consumo online. Il consumo online diventa la nuova riconfigurazione della relazione merce-consumo.
Radice politica
Un’altra radice del blackout pedagogico globale è di ordine politico. C’è stato un profondo cambiamento nel modello di partecipazione politica. Per la generazione precedente al 1985 la sede di partito era il luogo naturale dello sviluppo delle relazioni politiche. Ma non era solo un fatto ideologico, era il luogo dove ci si incontrava, dove si parlava e si conosceva il mondo presente e si immaginava quello futuro. Con lo sviluppo tecnologico che inizia nel 1985 con la diffusione dei primi pc, poi successivamente la rivoluzione di internet degli anni ‘90 e poi ancora la connettività della rete social tutto ciò è cambiato e sta cambiando profondamente. Oggi non c’è nessuno che aspira a ricoprire una carica, primo ministro, sindaco, dirigente di un sindacato, la cui preoccupazione primaria sia aprire una sede di partito. La prima decisione è crearsi un account twitter, instagram, facebook, cioè promuovere virtualmente la propria candidatura. Tutto ciò è legato al modello di partecipazione civile. Ogni giorno i cittadini vogliono conoscere la realtà politica sui social, e le consultazioni si moltiplicano su chi può essere un candidato papabile o quale deve essere la decisione politica migliore su un determinato argomento, il tutto passa via social. Questo è un fenomeno che interessa la destra e la sinistra e sta riconfigurando la partecipazione politica, che non avviene più nelle sedi locali di partito, o nelle strade o piazze, ma a casa. Siamo davanti alla ricollocazione dello spazio della politica nello spazio domestico.
Radice sociale
Il blackout pedagogico globale ha anche una radice di ordine sociale. Per le generazioni precedenti al 1985 la strada era uno spazio di socializzazione. La prima cosa che dovevano imparare i nostri genitori era chiudere per bene la porta di casa, per evitare che i figli scappassero a incontrare gli amici. Oggi si può lasciare aperta la porta, ma difficilmente i ragazzi usciranno. È difficile convincerli a farsi accompagnare a un centro commerciale o a fare una passeggiata per strada. A ogni nostro invito a uscire l’unica risposta che riceviamo è di lasciar loro la casa connessa a internet e con i videogiochi. Avviene dunque una ricollocazione anche dello spazio di socialità. Dalla generazione dell’85 in poi la casa si è progressivamente trasformata nel nuovo spazio di socialità e la rete virtuale sta avendo un forte impatto sull’immaginario e sul modo di prefigurare la società del XXI secolo.
Radice tecnologica
Sulla base di quanto detto prima il blackout pedagogico globale ha un riferimento particolare nella tecnologia. Non si tratta di dichiararsi nemici della tecnologia o guardarla con sospetto. La maggior parte di noi docenti sono profondamente convinti che la pedagogia del XXI secolo deve abbracciare lo sviluppo tecnologico, ma il punto dirimente è un altro: la tecnologia del XXI secolo non ama la pedagogia. Per essere più concreto: tutte le tecnologie che si sono sviluppate negli ultimi decenni hanno avuto come fine quello di rilocalizzare adulti e bambini dentro le mura sicure della casa. Si sta promuovendo una sorta di stato virtuale, conformandoci tutti alla tranquillità della casa dove viviamo: tutti oggi possiamo partecipare, scrivere una mail, giocare da casa. Anche la sicurezza è vissuta in maniera tecnologica, con le telecamere istallate nelle nostre case, e con tutte le apparecchiature con cui possiamo governare la casa. Quindi la casa è il luogo dove vivere, dove troviamo sicurezza e dove possiamo incontrarci, ma virtualmente, e dalla pandemia 2020 anche il luogo dove lavorare e apprendere.
Cosa comporta questo, più in dettaglio nel mondo della formazione ?
Depedagogizzazione
L’aspetto principale del blackout pedagogico globale è la “depedagogizzazione”. Come si manifesta? Per il capitalismo erano pericolose le pedagogie come interpretazione dei fatti educativi nella loro complessità, che mettessero l’aula scolastica in relazione con la dimensione collettiva, con l’ambiente circostante, col progetto paese, col contesto geopolitico internazionale. E così è iniziata un’operazione di smembramento della pedagogia in quelle che possono essere chiamate “mode pedagogiche”. Non si vuole affermare che negli anni ‘50 non si dovesse parlare di pedagogia, ma il centro della discussione stava nella didattica e bisognava parlare solo di questa, non di pedagogia. Negli anni ‘60 si disse nuovamente che non bisognava parlare di pedagogia ma di supervisione della formazione, di direttori di formazione, di pianificazione educativa. Negli anni ‘70 continuò l’attacco alla pedagogia, che divenne una brutta parola e fu sostituita dalla valutazione, che divenne il centro del fatto educativo. Iniziò così il dibattito tra valutazione quantitativa e valutazione qualitativa. Negli anni ‘80 fece la sua comparsa la moda pedagogica più duratura, quella del curricolo. Si parlò prima del curricolo per obiettivi, il curricolo per contenuti, poi di curricolo interdisciplinare, poi di curricolo totale, infine di curricolo per competenze. Nel 2008 infine è arrivata la moda della qualità educativa e dei sistemi di valutazione, come il nostro INVALSI, che non hanno niente di pedagogico. La pedagogia è qualcosa di superato per gli organismi internazionali, qualcosa da seppellire, perché si è frammentata la visione complessiva del fatto pedagogico. Oggi la sfida per insegnanti ed educatori, per le università che formano i futuri docenti, per i centri di formazione degli insegnanti, è tornare a collocare la pedagogia al centro della trasformazione dei sistemi educativi. Mai come oggi la pedagogia torna al centro della trasformazione dell’educazione in diritto umano fondamentale.
Svalorizzazione del docente
La depedagogizzazione ricade sulla professione docente. Gli organismi economici internazionali stanno facendo uno sforzo enorme per destrutturare la figura del docente. Da qualche decennio a questa parte con diverse iniziative già a partire dagli anni ‘70 si è iniziato a dire che non era corretto chiamarli maestri, che era arrogante, che nessuno era professore e che la parola corretta era facilitatore, nonostante ci fossero istituzioni che formavano maestri e professori e che ci fossero titoli riconosciuti per questa professione. In realtà quello che si voleva fare era tagliare le risorse alla formazione dei docenti e minare il loro orgoglio. A questo si aggiunse un falso slogan secondo il quale nessuno insegna niente e nessuno apprende nulla con gli insegnanti, mentre come diceva Paulo Freire nessuno apprende da solo, ma tutti apprendiamo insieme e costruiamo collettivamente la conoscenza. Questo ci dice molto della dialettica della relazione di apprendimento e potenzia la funzione del maestro. Ma nel XXI secolo lo sviluppo delle tecnologie mette a rischio il ruolo della funzione docente. In alcuni sistemi educativi si abilita all’insegnamento qualunque figura professionale. L’insegnamento a distanza per videotutorial diffuso da principio nelle università private rende la figura del docente quasi inessenziale.
Destrutturazione della scuola
Per il blackout pedagogico globale la scuola è uno spazio da destrutturare. La scuola, così come la conosciamo noi con quattro pareti, i banchi, la lavagna e un insegnante, per il capitalismo è un costo eccessivo al quale vuole porre rimedio con la ricollocazione a casa dell’azione educativa. La Banca interamericana di Sviluppo nel 2014 già sosteneva che sarebbe stato necessario invertire la piramide dell’apprendimento collocando la formazione a casa ricorrendo a video tutorial
Accelerazione del processo: Irrompere della pandemia e del capitalismo delle piattaforme
Nell’ambito del World Education Forum, tenutosi nel 2015 a Incheon, Corea del Sud, le grandi aziende tecnologiche hanno annunciato un programma di inserimento massiccio della virtualità nella scuola in un orizzonte massimo di dieci anni. È stato sufficiente esaminare le cifre degli investimenti pubblici di queste società per vedere che stavano investendo enormi quantità di denaro in questa direzione, ovvero nella realizzazione di piattaforme didattiche. E poiché il settore imprenditoriale non investe per perdere o per congelare i propri beni, era prevedibile che questo annuncio sarebbe stato realizzato. La maggior parte dei governi non ha costruito proprie piattaforme virtuali per i propri sistemi scolastici, né ha costruito banche dati di contenuti digitali sufficientemente dinamiche, versatili e aggiornate, il che ha facilitato lo sbarco delle grandi aziende tecnologiche.
Gli scettici hanno sottolineato che sarebbe stato necessario un accordo globale per produrre un evento che garantisse la realizzazione globale di tale iniziativa. Il COVID-19 ha reso possibile l’emergere delle condizioni di possibilità per questo assalto paradigmatico.
L’avvento della pandemia
Nelle prime settimane di quarantena, le grandi aziende multinazionali sono approdate nella scuola favorite dal paradigma neoliberale del trasferimento dei poteri e delle responsabilità dagli stati nazionali alle famiglie, agli studenti e agli insegnanti. In breve tempo è stato prodotto un modello inedito di privatizzazione dell’istruzione. Erano le famiglie, gli insegnanti e gli studenti che dovevano acquistare o rialimentare l’attrezzatura informatica, pagare per l’accesso a Internet e i piani dati, cercare e abbonarsi a piattaforme virtuali (anche a pagamento). La maggior parte degli stati nazionali sono stati disimpegnati dai loro obblighi.
Questa brusca privatizzazione è stata imposta, con terribili conseguenze per il diritto all’istruzione. C’è stata una stratificazione odiosa e iniqua, in primo luogo, tra insegnanti che sono stati o non sono stati in grado di garantire la continuità del legame pedagogico negli scenari virtuali, ciò è stato ancora maggiore tra la popolazione studentesca, creando tre strati differenziati tra coloro che a) avevano accesso ai computer, a internet e a una famiglia che supportava tale impegno, b) pur avendo computer e internet, mancavano di supporto familiare, poiché il loro ambiente era concentrato sulla sopravvivenza in una situazione economica difficile, c) non avevano né i mezzi né il supporto..
Dibattito durante e dopo la pandemia
Nel campo della pedagogia, le posizioni relative all’arrivo pervasivo delle tecnologie possono essere raggruppate in cinque grandi tendenze. La prima tendenza definisce l’arrivo della virtualità come una questione contingente e quindi temporanea, qualcosa che finirà. La seconda ritiene che il futuro dell’educazione sarà segnato dalla virtualità, dall’intelligenza artificiale, dal mondo digitale e dall’assoluta personalizzazione del rapporto tra studente e insegnante. La terza, è radicata nella narrazione della tecnologia come espressione dell’ideologia, quindi la virtualità viene vista come qualcosa a cui bisogna resistere. La quarta tendenza cerca di polarizzare l’educazione popolare rispetto all’educazione scolastica, quest’ultima profondamente influenzata dall’arrivo della virtualità. Infine, la quinta tendenza cerca l’appropriazione antisistema del vortice tecnologico che aleggia sull’istruzione. Diamo un breve sguardo ad ognuna di loro.
Prima tendenza
Importanti settori di docenti ritengono che la virtualità fosse una “necessità” o un “male necessario” per dare continuità al legame pedagogico in un contesto inaspettato di pandemia. Questa narrazione contiene un immaginario che elimina l’impatto dell’accelerazione dell’innovazione tecnologica sull’educazione, e non entra nelle caratteristiche operative del capitalismo cognitivo. Secondo questa prospettiva analitica, nel periodo post-pandemico torneremo alla scuola che avevamo nel febbraio 2020 e la tecnologia sarà solo un’altra materia nel programma scolastico. Questa sublimazione della scuola pre-pandemica, anche senza proporla, pone ai margini la critica al modello educativo precedente alla COVID-19. Tuttavia, questo punto di vista può essere molto importante e significativo, se sfrutta l’intenzione del Capitale di produrre un’inversione di tendenza a 180 gradi nei sistemi scolastici, promuovendo in questo contesto una prospettiva liberatoria nelle scuole. Il più grande ostacolo contenuto in questa tendenza è il suo velato disprezzo per la tecnologia, non comprendendo che la società e le scuole sono profondamente influenzate dalle produzioni e dalle epistemologie del digitale. Questa tendenza rischia di portare a discorsi e pratiche conservatrici.
Seconda tendenza
Al contrario, un settore della professione di insegnante e la maggior parte delle gerarchie del sistema scolastico sembrano essere abbagliati dalle possibilità educative della quarta rivoluzione industriale. La loro visione rasenta l’acriticismo, che impedisce loro di visualizzare scenari di un rapporto dialettico tra tradizione e innovazione. Il rischio maggiore di questa tendenza è quello di soccombere all’idea di un modello di “home schooling“, di un rapporto individualizzato tra insegnanti e studenti in ambienti educativi esterni alla scuola. L’abbassamento dei costi educativi che sta alla base di questi discorsi ignora l’importanza dell’incontro umano tra studenti e studenti con gli insegnanti per produrre un apprendimento veramente significativo. L’idea di un’educazione basata sul pensiero critico e sull’apprendimento riflessivo si trasforma nella trasmissione della conoscenza.
Terza Tendenza
La terza tendenza, si fa carico della tradizione di svelare il carattere ideologico della tecnologia, per negare ogni possibilità di utilizzo alternativo delle innovazioni tecnologiche in atto. Certo, la scienza e la tecnologia della società capitalista è quella che favorisce i suoi interessi, ma nonostante il capitalismo sia il sistema dominante nel mondo, abbiamo imparato l’importanza e il significato delle pratiche di resistenza dal punto di vista educativo, sia per la generazione di opposizioni anticapitaliste che si esprimono in tutta la società, sia per la costruzione di alternative pedagogiche che si collocano realmente in ogni epoca storica. Questa tendenza è importante perché evita l’innamoramento per l’innovazione tecnologica, l’ebbrezza per la spazzatura virtuale e digitale, purché trascenda la critica dalla proposta alternativa con validità epocale.
Quarta tendenza
La quarta tendenza, cerca di produrre un dejavù, una situazione teorica e concettuale che si pensava superata, che presenta l’educazione popolare nel suo legame con la tradizione e la conoscenza ancestrale dei popoli, in contrapposizione ai sistemi scolastici che hanno una ontologia radicata nell’innovazione e nel pensiero scientifico. Negli ultimi decenni, soprattutto sulla base delle opere e delle esperienze di Freire, sono state sviluppate importanti iniziative per creare un legame creativo tra l’educazione popolare e l’educazione scolastica, e questo non può essere ignorato. Il movimento pedagogico colombiano, le esperienze delle spedizioni pedagogiche continentali, esprimono questa corrente di incontro. Il rischio di questa tendenza è che possa deviare il dibattito, ponendo delle resistenze ai margini della trasformazione in corso. Il suo potenziale maggiore sta nel fatto che può aiutarci a ri-situarci nell’interesse di coloro che sono “in fondo”, gli sfruttati, i proletari, ma questo è insufficiente se il rapporto dialettico di cambiamento incessante, tra il popolare e l’istituzionale, non viene ricreato in società che sono tese dalle forze della lotta di classe.
Quinta tendenza
Infine, c’è la tendenza che difende il principio che dobbiamo recuperare la critica alla scuola riproduttiva dalla tradizione delle resistenze generate dalle pedagogie critiche, e andare all’incontro critico con l’innovazione tecnologica. Questa tendenza parla apertamente della necessità di produrre una massiccia alfabetizzazione sugli algoritmi e sui codici digitali per imparare a creare nel mondo tecnologico, subordinando questa creazione agli interessi di un’educazione emancipatrice e al processo strutturale di cambiamento sociale. Il problema maggiore di questa tendenza è che è in minoranza nei sindacati e nelle associazioni di insegnanti. Il suo potenziale maggiore è che lavora alla costruzione di alternative anticapitalistiche situate nel presente.
Questo piccolo inventario di tendenze, che spesso implica una fusione arbitraria di altri dibattiti, cerca di contribuire alla sconfitta di idee che le fanno apparire come se fossero esclusive l’una dell’altra, quando in realtà, avendo un orizzonte comune, si possono costruire dei ponti tra di loro, che permetteranno di aprire la strada al consenso necessario per affrontare il Capitale nel campo dell’educazione nel XXI secolo.
Conclusioni: Cosa fare?
Ciò che ci preoccupa di più quando osserviamo l’andamento dei dibattiti è l’emergere di una forma di depoliticizzazione sui generis nell’educazione. Gli slogan, le citazioni e le frasi che in passato hanno fatto luce sono ora utilizzati per giustificare l’immobilità o il conservatorismo. Si produce una sorta di paralisi cognitiva di fronte al nuovo, dovuta alla vertigine epistemologica che produce un cambiamento di prospettiva così radicale e l’emergere di nuove categorie nell’educazione.
Di conseguenza, il compito più urgente è quello di ri-politicizzare il dibattito educativo. Questa sfida non si risolve abbracciando la cultura del volantino ovviamente, ma collegando il politico con l’economico, il culturale, il sociale e anche il tecnologico.
Intendere l’educazione come un fatto politico significa indagare le ragioni economiche di ogni proposta di innovazione educativa, di ogni riforma, di ogni richiesta di cambiamento pedagogico, di ogni politica educativa. Non c’è proposta educativa che non sia estranea a un’operazione economica; anche l’iniziativa più bella, ingenua e provocatoria per trasformare il campo pedagogico ha un rapporto con le esigenze del modo di produzione capitalistico. Ciò richiede quindi di studiare l’attuale economia capitalista e le sue esigenze educative, per capire cosa sta succedendo e avere un maggiore riferimento per l’alternativa.
La globalizzazione economica ha approfondito le tendenze globali dell’istruzione. Lo sviluppo ineguale del capitalismo nelle fasi precedenti all’internazionalizzazione del capitale, ha dato alcuni gradi di libertà al nazionale, tuttavia, nella situazione attuale la caratteristica è la combinazione di iniziative nazionali in un comune mondo euroatlantico. La pratica della ripoliticizzazione educativa consiste nello studiare e valutare le diverse proposte pedagogiche nazionali in relazione alle esigenze del modo di produzione capitalistico in ogni momento storico. Parlare di pensiero pedagogico nazionale senza studiare questi rapporti contribuisce solo alla depoliticizzazione della professione di insegnante.
La maggior parte delle analisi del settore dell’istruzione respinge l’impatto della tecnologia sull’istruzione. Al massimo, è stata creata un’area di tecnologia educativa nelle università di formazione degli insegnanti e nei ministeri dell’istruzione, ma con una logica fondamentalmente strumentale. La politicizzazione implica lo studio dei modelli educativi che richiedono capitali in ogni rivoluzione industriale. La comprensione di questo rapporto caotico e disuguale, può permetterci di capire meglio quello che è e sarà l’orientamento del Capitale sui sistemi scolastici e sull’istruzione per i prossimi anni, in un quadro di approdo della quarta rivoluzione industriale, sia nel centro che nelle periferie capitalistiche.
Ripoliticizzare significa rompere con le narrazioni che individuano l’egemonia nella costruzione del digitale come problema generazionale. Il capitalismo ha usato il gioco per il mondo dei bambini e dei giovani, ma anche per gli adulti, per costruire una nuova ragione strumentale mediata dalla tecnologia. Comprendere questo è il passo precedente per avviare una rapida e massiccia alfabetizzazione virtuale contro-egemonica, che permette di entrare nell’epoca in chiave di emancipazione.
La politicizzazione implica una richiesta di incontro, di dialogo interculturale e multiculturale, di costruzione condivisa. Il dialogo e l’incontro non possono essere un esercizio conservatore, ma un’opera di mobilità e trasformazione guidata dalla giustizia sociale. Da quest’anno dobbiamo avere il coraggio di mettere sottosopra la scuola. Politicizzare non significa solo indagare, riflettere, concordare. La politicizzazione è un processo di avvicinamento delle persone, di azione collettiva, di azione riflessiva. Dobbiamo quindi cominciare ad agire e pensare in modo emancipatorio nel terzo decennio del XXI secolo, una nuova pedagogia, per una nuova scuola, per una nuova società.