Che cosa è e che cosa non è la dialettica

Di Bertell Ollman – La danza della dialettica – traduzione dalla versione spagnola a cura del Mastino Dialettico

Con tutta la disinformazione che circola sulla dialettica, può essere utile iniziare dicendo cosa non è. La dialettica non è una triade di tesi-antitesi-sintesi che serve a spiegare tutto;
non fornisce nemmeno una formula che ci permetta di dimostrare o prevedere qualcosa; né è la forza motrice della storia.
La dialettica, in quanto tale, non spiega nulla, non prova nulla, non predice nulla e non provoca
nulla. La dialettica è piuttosto un modo di pensare che mette in evidenza l’intera gamma di cambiamenti e interazioni che avvengono nel mondo. Come parte di ciò, include come organizzare una realtà vista in questo modo a fini di studio e come presentare i risultati di ciò che si trova ad altri, la maggior parte dei quali non pensa dialetticamente.

Il problema principale affrontato dalla dialettica è esposto chiaramente nella narrazione di Marx del mito romano di Caco (Marx, 1971, 536-37). Metà uomo e metà demone, Caco viveva in
una caverna e usciva solo di notte per rubare buoi. Per depistare i suoi inseguitori, Caco costringeva i buoi a camminare all’indietro fino alla sua tana, in modo che le loro impronte facessero sembrare che fossero usciti da lì. La mattina seguente, quando la gente venne a cercare i propri buoi, trovò solo impronte. Basandosi sull’ evidenza di queste impronte, concluse che, partendo dalla caverna, i buoi si erano addentrati in mezzo al campo ed erano scomparsi.

Se i proprietari dei buoi avessero frequentato un corso di metodologia in un’università americana, avrebbero potuto contare le impronte, misurare la profondità di ogni passo e inserire
i risultati in un computer, ma sarebbero giunti alla stessa conclusione errata. Il problema qui deriva dal fatto che la realtà è più delle apparenze e che concentrarsi esclusivamente sulle
apparenze, sulle prove che attirano immediatamente e direttamente la nostra attenzione, può essere estremamente ingannevole. Quanto è piccolo l’errore riscontrato in questo esempio? Secondo Marx, più che l’ eccezione, è così che la maggior parte delle persone nella nostra società comprende il mondo. Basandosi su ciò che vedono, sentono e incontrano nel loro ambiente immediato – in impronte di vario tipo – giungono a conclusioni che in molti casi sono esattamente l’opposto della verità. La maggior parte delle distorsioni associate all’ideologia borghese sono di questo tipo.
Per comprendere il vero significato delle tracce, i proprietari dei buoi hanno dovuto scoprire cosa era successo la notte precedente e cosa stava succedendo nella caverna che si trovava proprio sul loro orizzonte. Allo stesso modo, per comprendere qualsiasi cosa della nostra esperienza quotidiana è necessario sapere qualcosa su come è nata e si è sviluppata e su come si inserisce nel contesto o nel sistema più ampio di cui fa parte. Tuttavia, non basta riconoscerlo. Perché non c’è
niente di più facile che tornare a concentrarsi sulle apparenze. In fin dei conti, pochi negherebbero che tutto nel mondo sta cambiando e interagendo a un ritmo e in un modo o nell’altro, che la storia e le connessioni sistemiche appartengono al mondo reale. La difficoltà è sempre stata quella di pensare adeguatamente a esse, di non distorcerle e di dare loro l’attenzione e il peso che meritano. La dialettica è un tentativo di risolvere questa difficoltà ampliando la nostra nozione di qualsiasi cosa per includere, come aspetti di ciò che è, sia il processo attraverso il quale è diventata tale, sia il contesto interattivo più ampio in cui si trova. Solo allora lo studio di qualsiasi cosa si collega immediatamente allo studio della sua storia e del sistema che la racchiude.

La dialettica ristruttura il nostro pensiero sulla realtà sostituendo la nozione di senso comune di “cosa” (come qualcosa che ha una storia e ha connessioni esterne con altre cose) con le nozioni di ‘processo’ (che contiene la sua storia e i suoi possibili futuri) e “relazione” (che contiene come parte di ciò che è i suoi legami con altre relazioni). Qui non è stato aggiunto nulla che non esistesse già.

Si tratta piuttosto di dove e come vengono tracciati i confini e stabilite le unità (il termine dialettico è “astrazione”) in cui pensare il mondo. Si parte dal presupposto che, sebbene le qualità che percepiamo con i nostri cinque sensi esistano realmente come parti della natura, le distinzioni concettuali che ci dicono dove finisce una cosa e inizia la successiva, sia nello spazio che nel tempo, sono costruzioni sociali e mentali. Per quanto grande sia l’influenza di ciò che è il mondo sul modo in cui tracciamo questi confini, in ultima analisi siamo noi a tracciarli, e persone provenienti da culture diverse e da tradizioni filosofiche diverse possono tracciarli, e di fatto lo fanno, in modo diverso.

Astrattizzando il capitale, ad esempio, come un processo, Marx sta semplicemente includendo l’accumulazione primitiva, l’accumulazione e la concentrazione del capitale, in sintesi la sua storia reale, come parte di ciò che è il capitale. Mentre, astraendolo come relazione, mette i suoi legami reali con il lavoro, la merce, il valore, i capitalisti e i lavoratori – o qualsiasi cosa contribuisca al suo aspetto e al suo funzionamento – sotto la stessa rubrica dei suoi aspetti costitutivi. Tutte le unità in cui Marx pensa e studia il capitalismo sono astratte come processi e relazioni. Sulla base di questa concezione dialettica, la ricerca di Marx – a differenza di quella dei suoi oppositori di buon senso – non è mai perché qualcosa inizia a cambiare (come se non stesse già cambiando), ma per le diverse forme che questo cambiamento assume e perché può sembrare che si sia arrestato. Allo stesso modo, non è mai come si instaura una relazione (come se prima non esistesse), ma le diverse forme che assume e perché alcuni aspetti di una relazione già esistente possono sembrare indipendenti. La critica di Marx all’ideologia che deriva da un approccio esclusivo alle apparenze, alle tracce degli eventi separate dalla loro storia reale e dal sistema più ampio in cui si trovano, è anch’essa di questo tipo.

C’era una volta l’Esame di Maturità

Riporto qui il commento all’articolo dell’ottimo Maurizio Disoteo che trovate qui

L’orale dell’Esame di Stato ha subito nel corso degli ultimi 15 anni tutta una serie di modifiche. Siamo passati dalle buste tipo quiz televisivo alla tesina, che veniva in genere scopiazzata, per arrivare poi al cosiddetto “percorso”, in cui i candidati sulla base di uno spunto (immagine, estratto di testo, documento, formula matematica…) devono individuare un nucleo tematico e da lì procedere attraverso una serie di connessioni interdisciplinari e poi, per concludere in bellezza, devono raccontare alla commissione le loro esperienze nei PCTO frequentati nel triennio.

Come nelle precedenti sperimentazioni anche il cosiddetto “percorso” si è rivelato problematico. Chi ha avuto modo di partecipare all’esame da commissario lo sa bene, le connessioni interdisciplinari nella maggior parte dei casi sono vere e proprie forzature prive di senso logico.

Valditara già ad inizio giugno (https://www.orizzontescuola.it/maturita-2025-dal…/) aveva anticipato che per l’anno scolastico 25-26 l’orale sarebbe stato riformulato ulteriormente, perché troppo “freddo” . E’ possibile azzardare qualche ipotesi?

Dal mio punto di vista lo scenario è molto chiaro, l’orale dell’Esame di Stato verrà ristrutturato dando più spazio al PCTO e sostituendo al percorso interdisciplinare l’esposizione del Curriculum dello Studente e del famigerato Capolavoro, ovvero gli elementi caratterizzanti dell’E-porfolio che dallo scorso anno gli studenti sono tenuti a caricare nella Piattaforma Unica di Indire.

Per farla breve, l’orale dell’esame di stato deve assomigliare in tutto e per tutto a un colloquio di lavoro. La didattica orientativa per competenze non può che prevedere questo, a discapito delle conoscenze ovviamente, che non vanno feticizzate ma se dobbiamo parlare di pensiero critico questo si può esercitare solo in relazione a delle conoscenze, che vanno prima di tutto apprese e poi rimesse in discussione.

Per quanto riguarda il boicottaggio dell’orale da parte di alcuni candidati, che ha avuto tanto risalto nel media mainstream e tanto interesse in quelli alternativi, io intravedo più l’esigenza di accelerare il processo in questa direzione piuttosto che una critica al modello dominante.

La morale rigorosa e scomoda di un grande eretico italiano: Piero Martinetti

di Eros Barone

La verità è il bene umano più alto e comprende in sé anche la forza e la giustizia; possiamo noi concepire una giustizia fondata sul falso? Perciò anche la dove il vero e il falso sembrano essere indifferenti al bene privato e pubblico, ciò realmente non è; la verità compendia sempre in sé, anche se pel momento sembra straniera a ogni interesse umano, una giustizia superiore e universale che riflette gli interessi più profondi dell’umanità.

P. Martinetti, Breviario spirituale.

Del filosofo piemontese Piero Martinetti (1872 – 1943) cadeva l’anno scorso l’ottantesimo anniversario della morte. Ma chi era Martinetti?

Si può rispondere che fu una singolare figura di intellettuale eretico, estraneo alla tradizione cattolica così come ai contrasti politici che caratterizzarono la sua epoca (ad esempio, non aderì né al Manifesto degli intellettuali fascisti di Gentile né al Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce). Memorabile fu, tuttavia, nel 1931 la sua decisione, originata da motivazioni essenzialmente etiche, di rinunciare alla cattedra per non prestare il giuramento di fedeltà al fascismo (è da notare che soltanto diciotto furono i professori che fecero questa scelta su un corpo accademico che ne contava allora 1225).

Da vero moralista aveva il dono dell’indignazione morale. Lui stesso aveva scritto: «Disgraziato l’essere che non sa trovare in sé, in dati momenti della vita, una santa collera! Chi è senz’ira non pensa».

Aveva ragione. La passione morale, come le altre passioni, non può essere fredda. Non la sente davvero chi, quando essa è contrariata, non prova una perturbazione anche fisica. E Martinetti si arrabbiava. Gli studenti fascisti, come è noto, usavano invadere l’aula dei professori dissidenti. Martinetti allora rivolgeva ai malintenzionati un monito nella sua lezione che teneva la mattina presto, affinché non diventasse uno spettacolo mondano, come era costume dei professori più famosi: «Avvertite i vostri camerati che ho qui nel cassetto una rivoltella carica e sono deciso a sparare. Dopo mi ammazzeranno, ma intanto tocca a chi tocca».

Vi era in lui la consapevolezza che l’eticità non significa armonia ma conflitto, lotta per il bene contro il male.

Il congresso nazionale di filosofia del 1926 fu presieduto da lui. Lo aprì un filosofo anziano, De Sarlo, con un discorso, che nessuno si aspettava, contro il regime fascista. Questo discorso, sicuramente concertato con Martinetti, conteneva la famosa frase: «Gli immortali princìpi dell’Ottantanove», che Mussolini citava spesso con sarcasmo. Un altro professore replicò saltando sul palco, proclamando fedeltà al fascismo e terminando la sua testimonianza col saluto romano.

Allora si vide veramente in azione la “santa collera”. Martinetti gridava, scuotendo il campanello: «Le tolgo la parola! Le tolgo la parola!». Purtroppo la tolsero a lui, perché poco dopo i carabinieri occuparono la sala e il congresso fu sospeso ‘sine die’.

Questa capacità di “santa collera” era resa possibile in Martinetti da un motivo filosofico ben preciso: egli credeva nell’esistenza del male, anzi era uno dei pochissimi pensatori moderni che continuavano a credervi in quella forma. Il bene e il male, nei pensatori moderni, sono entità relative e cangianti; ricevono un significato mutevole dagli sviluppi della storia e della vita psichica; rientrano in un processo dialettico che ne confonde i connotati e fa scaturire l’uno dall’altro. Per Martinetti il male era invece una realtà vivente, ben definita, separata, incompatibile col bene e tale da non generare altro se non la propria abiezione. Nella sua idea della vita morale l’ambiguità moderna non aveva il minimo posto. Il male era per lui anche intellettuale: un misto di cattiveria e di idiozia: una realtà che non si conciliava con il suo Dio filosofico, e tuttavia esisteva, di un’esistenza piena e vera.

Martinetti sentiva fortemente la presenza del male come quella di un nemico perpetuo con cui non si viene a patti e contro cui la collera è la reazione naturale. Insomma, Martinetti inclinava verso un manicheismo metafisico, un dualismo inconciliabile tra il bene e il male, che forse nei suoi libri è velato da una sorta di reticenza filosofica, ma che appare chiarissimo nel suo comportamento pratico.

A questo tempo, in apparenza così culturalmente remoto, appartiene il potente messaggio etico del Breviario spirituale che Martinetti pubblicò anonimo nel 1922, dunque poco prima che il fascismo arrivasse al potere. 1 Si tratta di una guida di comportamento intellettuale e morale, che deriva la sua ispirazione da quei filoni protestanti e giansenisti che avevano (hanno?) tanta importanza nella cultura piemontese. Il suo intento, chiaramente documentato nelle parti del Breviario in cui sono trattati i temi civili e politici, era quello di combattere il disfacimento della società italiana con tutta la fermezza che egli aveva sempre insegnato. E invero Martinetti è un grande moralista, il quale del moralista classico possiede l’acume psicologico e anche l’inevitabile pessimismo di fondo.

Un rapido scorcio di alcuni passi del Breviario ci restituisce il profilo di questo “filosofo popolare” capace di parlare di filosofia in un linguaggio chiaro e comprensibile anche ai non addetti ai lavori. La tradizione filosofica del nostro paese, accademica e spesso inutilmente esoterica nelle sue espressioni, conosce pochi scritti di questo genere: in tal senso, il Breviario spirituale di Martinetti merita di essere accostato ai Frammenti di etica di Benedetto Croce, due guide morali apparse entrambe nel 1922.

Ma vediamo alcuni passi del Breviario, a cominciare da quello in cui compare un’esortazione mirabile nel suo programmatico minimalismo: «Non essere schiavi della vanità, del lusso e della moda». E leggiamo, non senza emozione, un altro passo che, per citare il sommo poeta, “a molti fia sapor di forte agrume”: un passo in cui Martinetti asserisce che è lecito usare in qualche caso, per opporsi alla violenza iniqua, anche la violenza armata (si pensi alla rivoltella quale ‘extrema ratio’ contro le provocazioni degli studenti fascisti). Notevole è il passo in cui sottolinea che lo Stato è l’organizzazione violenta di una minoranza, ruolo da cui può essere riscattato soltanto ad opera di un’aristocrazia di “spiriti eletti”, intellettualmente e moralmente superiori.

Del resto, egli non accetta il liberalismo, perché esso è conservatore e difende un ordine ingiusto, dà ai più forti la libertà di opprimere i più deboli ed è privo di slancio religioso; disapprova il parlamentarismo perché esso è demagogico, così come il socialismo che rivendica una direzione dal basso. Era severo coi filosofi, specialmente quando servivano il potere, come Gentile, e perfino quando scrivevano, come Croce, con uno stile raffinato in cui il giansenista piemontese fiutava una strategia della seduzione illecita.

Ma, di là dalle opinioni e dai precetti particolari, su tutto spicca il rigore del suo orientamento morale, scevro di qualsiasi condiscendenza. La libertà, su cui scrisse un libro stupendo per impeto espressivo e per passione razionale (1928), 2 aveva nel pensiero di Martinetti una parte di primo piano. La sua però non era la libertà di fare quello che ci piace, ma una sottomissione al comando divino, di cui il precetto morale è la cogente espressione: un comando divino diventato natura e necessità, giacché l’opposizione non è tra libertà e necessità, ma tra libertà e contingenza.

Da una siffatta impostazione e soluzione del problema morale discendono sia il culto stoico del dovere (Marco Aurelio, non a caso, è l’autore maggiormente citato nel Breviario) sia la netta dicotomia tra i ‘no’ e i ‘sì’. No alle speculazioni negli affari, al vitto abbondante, all’ozio nei caffè, al gioco e alla danza. No a quasi tutto il teatro ed ai romanzi di consumo; la prodigalità è peggiore dell’avarizia, che almeno esige disciplina; non bisogna accettare doni, che possono asservire; niente libertà sessuale, in quanto l’attività sessuale è inferiore di fronte a quella dello spirito, e i migliori tendono a disprezzarla; la donna non è pari all’uomo e deve sottoporsi alla sua tutela. No alla falsa pietà per il delitto e i delinquenti. Da evitare, infine, una certa sincerità viziosa: il “mettere l’animo a nudo”, il mostrare le proprie debolezze e sconfitte, il confessarsi agli altri: «Il mondo – nota Martinetti – è degli uomini freddi».

Eppure, pur situandosi agli antipodi della sensibilità etico-sociale corrente, niente di questo ci urta, tanto è sincero, mai ostentato. In questo insegnamento si esprimeva infatti un’idea o un sentimento comune a uomini diversissimi: quello secondo cui la vita morale non può mai essere né comoda né corriva; così pure quella intellettuale, che perciò diventava una morale anch’essa, magari a detrimento di altri settori della vita. Né gli studi né l’arte “dovevano” essere facili, e una dose di rigorismo si trovava perfino nelle rivolte libertarie.

La domanda che sorge spontanea a proposito del Breviario è allora questa: «Chi oserebbe oggi scriverlo?». E la risposta è: assolutamente nessuno.

Sennonché è difficile non ammirare Martinetti, un uomo senza paragone nella vita morale dell’Italia moderna e, secondo Ludovico Geymonat, che fu suo allievo, «uno dei massimi pensatori italiani della prima metà del Novecento». 3 Aveva la tempra di quelli che sanno farsi uccidere per le loro idee: diceva quello che pensava e faceva quello che diceva.

Tuttavia, se alcune parti del Breviario oggi possono apparire caduche, è presente e dominante in esso un insegnamento di valore pratico che è essenziale, più essenziale delle idee sulla donna, sull’autorità familiare e sulla castità. È l’idea di difficoltà. La difficoltà può mutare aspetto e assumere varie forme, ma è necessaria. Una morale rigorosa e scomoda come quella professata e testimoniata con l’esempio personale da Martinetti è più difficile da vivere di una morale permissiva che scambia la libertà con l’indifferenza e la scelta con l’acquiescenza. La morale insegnata da questo filosofo, lo si è detto, non si basa sull’armonia ma sul conflitto, richiede esplicitamente la lotta per il bene contro il male… A meno di non compiere un’altra scelta: il lasciarsi andare, il farsi risucchiare passivamente dai gorghi della vita.


Note
1 Il lettore che volesse delibare questo libro di laica morale militante può scaricarlo dalla Rete al seguente indirizzo:   http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/cristianesimo/Piero%20Martinetti,%20Breviario%20spirituale.pdf. http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/cristianesimo/Piero%20Martinetti,%20Breviario%20spirituale.pdf. http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/cristianesimo/Piero%20Martinetti,%20Breviario%20spirituale.pdf.
2 P. Martinetti, La libertà, Nino Aragno Editore, Torino 2005.
3 L. Geymonat, L’insegnamento di Martinetti, l’Unità, 22 marzo 1958.

Gentile e “Noi”.

Gentiliano è l’epiteto che più mi son sentito ripetere nei miei 10 anni di insegnamento di storia e filosofia. Me lo ripetevano colleghi, reduci dal brainwashing dei vari corsi di specializzazione e di aggiornamento, ovviamente questo epiteto veniva in primo luogo da formatori e financo dai D.S. Gentiliano stava a significare difensore della “didattica tradizionale”, trasmissiva e passivizzante. Peccato che la concezione dell’insegnamento di Gentile era di tutt’altro tipo, basata sulla ricerca e sulla lettura di testi. Del resto pure quando vogliamo parlare di “didattica tradizionale” di che stiamo parlando? Del nulla, di una visione caricaturale della scuola e dei docenti. Di ciò ho già avuto modo di scrivere qui.
Più rilevante intellettualmente sarebbe in questa sede raccontare che mi sono trovato molte altre volte a scontrarmi con i gentiliani, quelli veri.
Nella maggior parte dei casi la questione che fungeva da incipit era l’esecuzione manu militari dello stesso da parte dei GAP fiorentini di Fanciullacci, ma inevitabilmente la discussione si spostava sul piano più strettamente filosofico e concettuale.
Stiamo parlando di un gigante del pensiero, questo deve essere chiaro subito. Non trattarlo al V anno, come si fa ormai così diffusamente, comporta non solo omettere un momento importante del dibattito sulla dialettica hegeliana, ma anche: esulare completamente la questione del perché il positivismo è entrato in crisi sia dal punto di vista teorico ma anche dal punto di vista culturale e sociale; perdere di vista il nucleo teorico del fascismo, le sue radici e l’impostazione dello stato fascista; rimuovere il passaggio più saliente della riflessione su come, nell’epoca degli Stati Nazionali e delle società di massa, ben oltre i cosiddetti regimi totalitari quindi, lo Stato abbia strutturato l’Istruzione pubblica e la formazione delle classi dirigenti.

L’articolo di Eros Barone che troverete di seguito offre una panoramica ben strutturata sugli aspetti principali del pensiero gentiliano, anche riguardo alla visione del “comunismo” e del lavoro dell’ultimo Gentile. Se ne discute poco, ma è uno degli argomenti ricorrenti dei “gentiliani di sinistra” e dei criptogentiliani, ovvero quella particolare categoria di intellettuali che si sono travestiti da marxisti negli anni dell’egemonia culturale del PCI, ma che in fondo sono sempre rimasti fedeli al filosofo di Castelvetrano. Alcuni di questi sono usciti dalla cripta dopo la caduta del Muro, altri, ancora oggi, hanno difficoltà a dichiararsi.
Di certo la Statolatria è il marchio di riconoscimento fondamentale di entrambi.

Giovanni Gentile: dalla discussione sul marxismo alla “riforma dell’idealismo” e al sostegno del fascismo

di Eros Barone

È certo che l’insegnamento più vivo lasciatoci da Gentile in eredità è quello che concerne la dimostrazione dell’impossibilità di rinunciare alla esigenza metafisica e insieme dell’impossibilità di insistere nel vecchio concetto di metafisica.

Ugo Spirito

Ricostruire la biografia intellettuale e politica del filosofo siciliano Giovanni Gentile (nato a Castelvetrano, in provincia di Trapani, nel 1875) significa fare i conti con una esperienza filosofica che ha caratterizzato profondamente la storia del nostro paese alla fine dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento. Il pensatore che fornì al fascismo, oltre che una giustificazione storica, un sostegno dottrinale, rappresentando il fascismo come compimento ideale del Risorgimento e concependo lo Stato fascista come uno “Stato etico” espressione dell’Io assoluto e quindi di tutto il popolo, era stato infatti uno dei maggiori protagonisti di quella discussione sulla teoria marxista che fu assai vivace alla fine dell’Ottocento. Prova ne sia che il maggiore esponente del marxismo rivoluzionario, Vladimir Ilic Lenin, arrivò a dichiarare che “La filosofia di Marx”, libro di Giovanni Gentile pubblicato nel 1899, era “una delle migliori opere su Marx che fossero state scritte da una penna non marxista”. L’apprezzamento per questa opera giovanile del filosofo siciliano si trovava nell’articolo “Karl Marx” steso da Lenin nel 1914 e destinato al “Dizionario enciclopedico Granat”: «È degno di attenzione il libro dell’idealista hegeliano Giovanni Gentile, “La filosofia di Marx” (Pisa, 1899); l’autore rileva alcuni aspetti importanti della dialettica materialistica che di solito sfuggono all’attenzione dei kantiani, dei positivisti, ecc.».

D’altro canto, pur avendo avuto il merito di porre il concetto di “prassi” al centro di un’acuta interpretazione del pensiero marxiano, a tale concetto (così come a quello positivistico di “processo evolutivo”) Gentile obiettò che attribuire capacità dinamiche e creative alla materia e alla sensibilità è contraddittorio, poiché solo il pensiero è capace di attività e di mediazione.

Di qui la necessità di un ritorno alla dialettica hegeliana, della quale peraltro Gentile propose una sostanziale riforma. Dopo aver collaborato intensamente, al fianco di Benedetto Croce, alla rivista «La Critica» impegnandosi nella battaglia contro il positivismo, a partire dal saggio del 1912 “L’atto del pensiero come atto puro” Gentile venne elaborando il proprio sistema filosofico, che ha il suo fulcro nella “Teoria generale dello spirito come atto puro” (1916) e nel “Sistema di logica come teoria del conoscere” (1917-1922). L’ultima sua opera teoretica, di notevole importanza dal punto di vista etico-politico, venne pubblicata postuma (1946) col titolo “Genesi e struttura della società”. 1 Per quanto concerne le differenze tra Gentile e Croce, va detto che l’umanesimo del lavoro teorizzato dal primo nell’opera testé menzionata costituisce il primo esempio delle ragioni che conferiscono all’attualismo un posto autonomo e originale nell’àmbito del neoidealismo. Croce è rimasto infatti del tutto estraneo al problema sociale e non ha dato, fino alla morte, nessun segno di mutamento di fronte a esso. Anche lui aveva cominciato con l’occuparsi di Marx, ma il suo interesse aveva avuto un carattere tecnico e metodologico, incentrato com’era sulla teoria del valore e quindi tale da non investire la concezione della realtà. Egli stesso nei suoi scritti aveva avvertito i lettori che, per quel che riguardava la figura di Marx dal punto di vista filosofico, rimandava senz’altro agli studi del Gentile da lui pienamente condivisi. 2 In seguito, Croce non si occupò mai più del problema sociale e non avvertì neanche l’esigenza di prendere posizione di fronte all’avanzata sempre più incalzante del comunismo. Anzi, il suo atteggiamento nei riguardi del comunismo rimase sempre dichiaratamente ostile, o quanto meno segnato dal distacco e dall’incomprensione. Era una posizione aprioristica, spiegabile soprattutto attraverso una situazione psicologica, dovuta alla tradizione familiare e sociale alto-borghese in cui era cresciuto e alla quale si era venuto educando. Non sorprende, dunque, se a Croce non si può chiedere nulla che aiuti a orientarci nella problematica attuale della vita e della cultura, vista al di là dell’orizzonte borghese. Tra Gentile e Croce, a questo riguardo, si apre perciò uno iato incolmabile che corrisponde alla distanza di due tempi e di due mentalità assolutamente diversi.

Tornando a Gentile, questi fu professore di filosofia dapprima nelle università di Palermo e di Pisa, poi in quella di Roma. Ivi, all’avvento del fascismo, nel quale credette di riconoscere un movimento di rigenerazione morale della nazione in continuità con il Risorgimento, aderì al nuovo regime e fu ministro della pubblica istruzione. A quest’epoca (1923) risale la riforma della scuola che porta il suo nome, la lunga durata della quale testimonia l’organicità sistematica con cui fu concepita e, almeno parzialmente, attuata (giacché lo stesso regime fascista cercò di stemperarne, in prosieguo di tempo, i caratteri più severamente selettivi).

L’identificazione di Gentile con l’ideologia e con la prassi del fascismo ebbe, in effetti, un carattere tutt’altro che occasionale: si veda nell’“Enciclopedia Italiana”, da lui diretta, il capitolo «Dottrina» della voce «Fascismo», firmato da Mussolini ma scritto in gran parte dallo stesso Gentile. Del resto, il regime fascista compensò Gentile con grandi onori e dopo il distacco del filosofo dall’attività politica lo considerò sempre come uno dei suoi uomini più rappresentativi. Sennonché con la crisi del fascismo, nel corso della seconda guerra mondiale, Gentile decise di tornare sulla sena politica avanzando un programma di unità nazionale (formulato nel “Discorso agli italiani” del 24 giugno 1943), aderendo dopo il colpo di Stato del 25 luglio alla Repubblica Sociale Italiana e al regime di Salò e assumendo infine la presidenza dell’Accademia d’Italia nel marzo 1944. Furono soprattutto queste ultime prese di posizione a determinare la sua tragica morte ad opera dei partigiani fiorentini. 3

Tornando alla riforma della dialettica hegeliana, occorre chiedersi in che cosa consista le riforma attuata da Gentile. Questi osserva che nella “Logica” Hegel ha sostenuto che ogni concetto formale deve venir ricondotto all’atto concreto del pensiero; tuttavia lo stesso Hegel, obbietta Gentile, ha finito con l’oggettivare l’atto del pensare nel mero “pensato” di vuoti concetti, come Idea, Essere, Nulla, Divenire, astrattamente posti tra loro in connessione dialettica. Quella di Hegel è così una logica senza soggetto. Chi pensa – chiede Gentile – nella “Logica” hegeliana? Bisogna correggere la dialettica hegeliana con un ritorno all’Io puro di Fichte, approfondendo però l’inadeguato tentativo fichtiano di ricavare dall’Io il non-Io, e cioè dal soggetto trascendentale la realtà naturale e storica. Punto di partenza della filosofia è il divenire del pensiero che pone se stesso e che in tal modo pone anche l’Essere, il Nulla e tutte le altre categorie. A tale atto viene ricondotta ogni realtà: natura, Dio, storia, nella visione dell’idealismo soggettivo ripristinata da Gentile, esistono solo nell’atto che li pensa e li pone. I dati naturali e storici sono il “pensato”, l’inerte traccia dell’attività passata del pensiero che si tratta di recuperare nell’attualità eterna del pensiero stesso.

Tale atto creatore del pensiero giunge alla propria autocomprensione attraverso tre tappe dialettiche corrispondenti alle forme più alte della spiritualità: l’Arte, che è essa stessa pensiero, ma soggettivo e “lirico”; la Religione, che pone l’oggetto indipendentemente dall’atto del pensiero, come realtà trascendente e inconoscibile; terzo momento è la Filosofia, che supera l’astrattezza, ossia l’unilateralità, dell’arte e della religione riconducendo Dio nell’uomo, e cioè mostrando la natura immanente, autonoma e creatrice dell’atto del pensare, che è insieme soggettivo e oggettivo. Tutta la storia si risolve allora nel divenire del pensiero, ovvero nella storia della filosofia, della quale l’attualismo gentiliano è il culmine, segnando il momento in cui lo spirito diviene consapevole di sé come atto libero, creatore ed eterno. Tale consapevolezza si manifesta nel reciproco riconoscersi degli io empirici in quanto partecipi dell’unico io universale che pensa in loro ed è quindi l’atto che perennemente trascende se stesso senza mai ridursi a passiva oggettività.

Secondo il modulo dell’“identità”, che è tipico delle concezioni idealistiche in quanto “filosofie dell’identità soggetto-oggetto”, l’“altro io” è perciò un altro “noi stessi”; di qui la teoria di uno “Stato etico” assoluto in cui si risolvano e identifichino le volontà particolari e i particolari interessi empirici. Sembrano qui evidenti le consonanze di una dottrina come questa con le posizioni fasciste, ma è pur vero che, muovendo dall’identificazione fra Stato etico e individuo, e passando attraverso il concetto intermedio della “corporazione proprietaria”, un giovane allievo di Gentile, Ugo Spirito, all’inizio degli anni Trenta trarrà da tale premessa, con una logica rigorosa che susciterà veementi opposizioni nei circoli intellettuali e accademici di orientamento liberista, la tesi del superamento della proprietà privata e la necessità della cosiddetta “economia programmatica” quali fondamenti di un “corporativismo” che verrà immediatamente bollato come “ideologia filobolscevica”, nonostante gli autorevoli avalli inizialmente concessi a siffatta costruzione dottrinale da Benito Mussolini, capo del Governo, e da Giuseppe Bottai, ministro delle Corporazioni. 4

Mette conto infine di notare come Gentile negasse qualsiasi distinzione fra il conoscere e il volere: dal momento, infatti, che il pensiero in atto non è un conoscere che presupponga un oggetto dato da contemplare (= “filosofia dell’identità”), esso è già attività, e dunque la conoscenza è insieme prassi, e viceversa. La filosofia, per lo stesso motivo, non è soltanto conoscenza, ma direttamente vita; reciprocamente, ogni attività umana è sempre già filosofia, perché espressione del pensiero in atto.

L’idealismo di Gentile culmina così in una forma di monismo, 5 non priva di coloriture mistiche ma anche aperta a esiti particolarmente radicali. 6 Una forma di monismo ricca, peraltro, di toni attivistici e ottimistici che animeranno non solo il “Sommario di pedagogia come scienza filosofica” (1912), ove l’identificazione della pedagogia con la filosofia stessa, vista come attività e produttività infinita dello spirito, si esplica per eccellenza nel rapporto educativo, ma altresì nelle due grandi realizzazioni – la riforma della scuola e l’“Enciclopedia Italiana” – entro le quali si inscrisse il contributo di questo geniale esponente del neoidealismo italiano a quella che gli storici hanno definito come “la modernizzazione reazionaria” del nostro paese. 7


Note
1 Ugo Spirito afferma che in quest’ultima opera si è «realizzato quello che può senz’altro definirsi il comunismo di Giovanni Gentile». Nel suo ultimo discorso Gentile stesso definì il comunismo come “un corporativismo impaziente”. In realtà, il “comunismo” di Gentile si inscrive nella corrente del “socialismo piccolo-borghese”, di cui parla Marx nel Manifesto, per il duplice carattere che presenta: reazionario e utopico. Per quanto riguarda la prima caratteristica, basterà mettere in rilievo che allo Stato corporativo gentiliano sono attribuiti i fini della corporazione, idealizzati come superamento dell’antagonismo di classe; pertanto sono esaltati tutti gli elementi che garantiscono e legittimano la stabilizzazione politica e l’integrazione sociale del personale politico e burocratico. Questo Stato corporativo, idealizzato da Gentile, corrisponde poi alla realtà delle funzioni esaltate, e cioè della complessa e articolata burocrazia, costituita fondamentalmente dal personale piccolo-borghese. Infatti in una società arretrata come quella italiana, dominata fino alla fine dell’Ottocento dalle élite aristocratico-terriere, l’apparato burocratico-amministrativo, giudiziario e scolastico ha sempre costituito il terreno di ascesa sociale per la piccola borghesia. Il secondo aspetto, utopico, è rappresentato sia dalla difesa della “corporazione proprietaria”, affermata da Ugo Spirito nel 1932, sia dalla sua teorizzazione di uno Stato capace di superare i contrasti sociali.
2 Si vedano i saggi di Benedetto Croce su Materialismo storico ed economia marxistica (ed. or. Sandron, Milano-Palermo 1900). In Rete è disponibile al seguente indirizzo l’edizione di tali saggi curata dalla casa editrice Laterza nel 1921: https://storiadellafilosofia.jimdofree.com/moderna/benedetto-croce/materialismo-storico-ed-economia-marxista-pdf/
3 L’uccisione di Giovanni Gentile rappresenta ancora oggi un ‘cold case’ attorno alla cui ricostruzione, più o meno ipotetica, è fiorita un’ampia letteratura storico-biografica e politico-poliziesca, di cui meritano di essere citati almeno due esempi estremi: L. Canfora, La sentenza, Sellerio, Palermo 2005, e L. Mecacci, La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile, Adelphi, Milano 2014.
4 Si veda la ricostruzione di questa celebre disputa, svolta da A. Asor Rosa nel paragrafo intitolato “Una polemica corporativa” della Storia d’Italia, volume IV, tomo II, Dall’Unità a oggi, Einaudi, Torino 1975, pp. 1488-1500.
5 Questo termine si applica sia alle concezioni idealistiche sia alle concezioni materialistiche, in quanto convengono nel ricondurre la realtà a un principio unitario sottostante all’apparente molteplicità e discontinuità dei fenomeni, negando (sia pure per diverse ragioni) qualsiasi dualità tra materia e spirito, tra il mondo e Dio.
6 Si pensi all’itinerario teoretico di Ugo Spirito, tipico esponente di quella che, in opposizione alla “destra gentiliana” rappresentata da Armando Carlini, si può definire come la “sinistra gentiliana”.
7 Per questa interpretazione del fascismo è da segnalare l’utile rassegna critica dei principali problemi storiografici fornita da A. De Bernardi, Una dittatura moderna. Il fascismo come problema storico, Bruno Mondadori, Milano 2001.

pubblicato si Sinistra in Rete

https://www.sinistrainrete.info/filosofia/28728-eros-barone-giovanni-gentile-dalla-discussione-sul-marxismo-alla-riforma-dell-idealismo-e-al-sostegno-del-fascismo.html

L’ambizione hegeliana

Hegel nella Fenomenologia dello Spirito scrive che il mondo si può giustificare solo se è opera “mia”, opera di cioè che è più alto il me, opera dell’umano e dello Spirito.
In questo modo Hegel si impegna di dimostrare a me, uomo qualsiasi che anche quello che io subisco è prodotto dell’attività umana e spirituale che è in me. Si impegna di giustificare, il passato, il presente e i problemi del presente come condizione dell’esistenza e della formazione della mia libertà.
Ma io non mi riconosco, sostiene Lefebvre e condivido anche io, nel dramma fittizio dell’Idea che si lascia andare a creare il mondo, si aliena e poi si ritrova nel Sistema.
L’hegelismo è un dogma in ultima istanza, e come tale, esige un ascesi, una rinuncia all’esperienza individuale e ai problemi vitali dell’individuo.

Gli individui però si trovano a urtare contro forze ostili, contro nemici reali, contro forme oppressive. Sostenere che queste forme oppressive esistano e operino in forza di un disegno dello Spirito ed è sufficiente esserne coscienti non è una soluzione soddisfacente.

Tuttavia, l’ambizione hegeliana rimane valida, se pur in parte, e coincide con l’ambizione filosofica alla comprensione.
Con Hegel una strada è stata aperta.
Forse sarà possibile superare l’hegelismo nel suo nome stesso, e dal di dentro, partendo dalle sue stesse contraddizioni, conservando l’essenziale del suo movimento.
Forse sarà necessario accogliere in tutta la sua immensità la natura in tutta la sua complessità, la spontaneità, l’ azione, le culture tanto diverse, i problemi vecchi e nuovi , in sintesi il ricco contenuto della vita.