Sofistica e Dialettica

Bisogna strappare la dialettica dal morso della sofistica, che per mera fatuità, tende a decomporre ciò che è solido e vero e giunge solo alla conclusione della vanità dell’oggetto dialetticamente trattato.
A differenza della dialettica la sofistica accetta presupposti non fondati, oscilla crogiolandosi tra l’essere e il nulla, e tra il vero e il falso presi isolatamente.
Noi chiamiamo invece dialettica il superiore momento razionale dove gli elementi che sembrano assolutamente separati, passano l’uno nell’altro, per sé stessi, mediante quell’appunto che essi sono e dove la supposizione del loro essere separati si taglia via.
Una volta connessa a una precisa coscienza della processualità del pensiero, la dialettica assume un nuovo e più alto significato. Diventa allo stesso tempo una tecnica, un’arte, una scienza:

  • una tecnica della discussione diretta e orientata intimamente verso la conoscenza razionale
  • un’arte di che analizza i molteplici aspetti e i rapporti tra idee e cose
  • una scienza che rivela quanto vi è di vero in tutte le idee contraddittorie in cui si dibatte l’intelletto volgare

Per Hegel di trattava di salvare la Logica, forma definita mediale la quale il pensiero si afferra a qualcosa di solido. Per raggiungere questo scopo, Hegel doveva trovare il nesso tra la forma e la mutevole e cangiante realtà; e, per conseguenza, trasformare la forma della logica tradizionale. Doveva partire non da quella forma, ma dal contenuto, da quel ricco contenuto così diverso e contraddittorio, ma già elaborato da migliaia di anni di attività umana.
Quel contenuto “è già pensiero, pensiero universale”, poichè è coscienza e conoscenza; la forma logica ne fa parte, essa ne è già l’elemento più elaborato.

Scetticismo e Dialettica

Lo scetticismo, al quale pervengono le discussioni senza fine, ha il suo lato buono: introduce utilmente nel pensiero la contraddizione, ovvero l’elemento negativo.

Se in una proposizione qualsiasi che esprima una conoscenza della ragione, si isola l’elemento riflesso di questo stesso, come ad esempio i concetti che vi sono contenuti, e si considera il modo in cui sono connessi, si vede, necessariamente, che questi concetti sono insieme superati o che sono connessi in maniera contradditoria.
L’elemento negativo dello scetticismo dissolve, ponendole in contrasto fra di loro, le rappresentazioni limitate e contradditore con cui l’intelletto, nelle sue affermazioni, pone invece sempre come assolute.
L’intelletto in generale si pone come assoluto, mentre è soltanto una facoltà limitata, momentanea, e in ultima istanza provvisoria, e come tale ha la tendenza a cadere in antinomie logiche.
Lo scetticismo sano, quindi, ha avuto nella storia del pensiero sempre la funzione di distruggere il dogmatismo volgare.

La contraddizione principale: rigorismo logico e fecondità produttiva

La logica formale ha fatto deragliare il pensiero razionale in una serie di contraddizioni, la più importante di tutte è la contraddizione tra rigore logico e fecondità produttiva.
Nel sillogismo il pensiero è rigorosamente coerente soltanto se si mantiene nella ripetizione degli stessi termini. Però è altrettanto noto che quel che permette di passare dai fatti alle leggi non è l’induzione rigorosa. Ogni fatto, ogni costatazione sperimentale introduce nel pensiero un elemento nuovo, dunque non necessario dal punto di vista del formalismo logico.

La logica e la filosofia restano al di fuori della scienza, ovvero la seguono per constatarne i metodi specifici, senza recar loro alcun contributo. Reciprocamente, le scienze stanno fuori – al di sotto e al di sopra di esse – e i loro metodi di ricerca nulla hanno a che vedere con la logica rigorosa
Lo scienziato dimostra il movimento del pensiero progredendo nella conoscenza; ma il filosofo si vendica mettendo in discussione il valore della scienza.

In secondo luogo, se l’essere è ciò che è e mai altro, se ogni idea è assolutamente vera o assolutamente falsa, le contraddizioni reali dell’esistenza e del pensiero vengono escluse dal dominio del pensiero. Ciò che nelle cose e nella coscienza è mobile e diverso resta abbandonato alla dialettica, intesa nella vecchia e impropria accezione del termine, ovvero, come discussione senza rigore, propria del sofista e dell’avvocato libero di sostenere a pacer suo il pro e il contro.

Il pensiero, una volta definito dall’identità, viene contemporaneamente consegnato all’immobilità. Si pone così la contraddizione tra la struttura rigida dell’intelletto e la mobilità del reale, tra il pensiero chiaro e solido e le forze mutevoli dell’esperienza reale. La logica diventa qualcosa di fittizio, diventa pensiero puro e di contro il reale appare impuro, viene spinto nell’irrazionale rimane in balia di esso.

Quando Hegel entrò nella vita filosofico, trovò il pensiero più elaborato, la Ragione, intesa in termini kantiani, profondamente dilaniata da questi conflitti interni. Il dualismo kantiano li aveva accentuati sino a renderli intollerabili, dissociando deliberatamente forma e contenuto.: il pensiero su ciò che ci appare e la cosa in sé; la facoltà di conoscere e l’oggetto della nostra conoscenza.

Hegel si propose di risolvere i conflitti tra elementi che gli giungevano disgiunti e opposti e di riaffermarli nel loro processo . Questo proposito già racchiudeva il metodo e l’idea centrale della dottrina hegeliana, la coscienza di una unità infinitamente più ricca di pensiero e reale, di forma e contenuto.

Per Hegel sussiste un’unità necessaria, implicita nei conflitti interni del pensiero che è necessario conquistare e definire superando i termini unilaterali che sono entrati in conflitto tra loro, perché ogni conflitto è un rapporto.
Divenne necessario anzitutto reintegrare nel pensiero rigoroso l’arte della discussione e della controversia: la discussione è incerta e inconcludente, quando non è diretta da un pensiero già sicuro di sé; la discussione è libera e viva, si muove tra tesi e antitesi, ovvero tra termini diversi, mutevoli e opposti.

La logica dell’identità e l’essere in quanto essere

Il mondo oggettivo rimane costituito da fatti irriducibili, isolati e immutabili, da essenze o sostanze o parti, esterne le une alle altre.
Queste essenze sono quel che sono in base al principio di identità applicato in modo assoluto: per di più, la logica dell’identità è stata vincolata quasi sempre alla metafisica dell’Essere: talvolta a un atomismo metafisico, come nel caso di Duhring, altre volte a una teoria della struttura spirituale, nel caso di Husserl, altre volte ad una ontologia della sensazione, per esempio nel caso del Circolo di Vienna.
Nonostante tutte queste diversificazioni, il principio d’identità associato all’ontologia non è mai indipendente da un dogmatismo di fondo che concepisce una parte limitata del contenuto. Ciò perché: l’essere, ogni essere, è identico a sé, e in tal modo si definisce; l’identità viene allora concepita come contenuto, il suo proprio contenuto.
Questa tradizione metafisica affonda le sue radici nell’aristotelismo più astratto, quello meno profondo. Fino a Leibniz, il pensiero occidentale ha compiuto uno sforzo eroico e vano per trarre il contenuto dalla forma, per passare logicamente dall’Essere pensato all’essere esistente.
L’impresa non ha portato a risultato alcuno perché nella metafisica il contenuto unilaterale: accettato dogmaticamente; isolato; fissata; trasposto in forma trascendente.
In questo modo il postulato logico- metafisico nulla ha da invidiale ai principi del pensiero magico, il rapporto tra forma e contenuto è concepito come partecipazione.
Questo spiega perché nei secoli la logica formale non è mai riuscita a trovare una valida alternativa alle dottrine mistiche, nonostante il rigore razionale.
Logica formale e pensiero magico si sono sempre confrontate sullo stesso piano e la suggestione ha sempre prevalso sul rigore.
La logica formale lascia aperto un quesito essenziale e irrinunciabile: come unire forma e contenuto?
Visto il fallimento del formalismo logico, non sarà il caso di invertite il senso della ricerca e andare dal contenuto alla forma, anziché dalla forma al contenuto?

Dialettica e logica formale 1

La logica formale si propone di determinare le attività intellettuali indipendentemente dal contenuto di esperienza di ogni affermazione concreta, che per sua natura è sempre particolare e contingente. Questo formalismo si può giustificare con l’esigenza di universalità.
La logica formale studia meccanismo puramente analitici che si risolvono in illazioni, nelle quali il pensiero ha a che fare solo con se stesso. Perché il pensiero formale non obbedisce che alla pura identità con sé: A è A; se A è B e B è C, A è C.
Se si potesse raggiungere questa assoluta indipendenza del contenuto e della forma, risulterebbe impossibile l’applicazione della forma a un contenuto. Meglio ancora, tale applicazione sarebbe possibile a qualsiasi contenuto, anche irrazionale.
In realtà la logica formale non riesce mai a liberarsi completamente del contenuto; ne può solo staccare un frammento, assottigliarlo, renderlo sempre più astratto, senza però poter mai disfarsene del tutto.
I prodotti della logica formale sono i giudizi determinanti, spesso il loro contenuto considerato un mero pretesto per l’applicazione della forma, ma, come osserva Hegel, l’identità vuota, assolutamente semplice non può essere nemmeno formulata.
Quindi, per un verso la logica formale resta sempre in rapporto con il contenuto, e conserva così un certo significato concreto; per un altro verso, rimane sempre legata a un’affermazione generale sul contenuto, cioè a un’ontologia, a un tema dogmatico o metafisico.
La contraddizione è evidente, nonostante le teorie logiche del reale si sono sempre preoccupate di eliminare le contraddizioni della realtà per trasportarle nel pensiero. E lì lasciarle insolute