I mutamenti dell’Essere non sono dunque puramente quantitativi, sopravvive sempre una “interruzione di gradualità”, una discontinuità. L’acqua a causa del raffreddamento si fa dura a zero gradi, solo così si ha un “nascere e perire” cioè un divenire reale.
La teoria della gradualità o della pura continuità sopprime il divenire, quando suppone che ciò che scompare continui in realtà a sussistere sebbene sia impercettibile. E che ciò che nasce esistesse già, se pure sotto forma di un minuscolo germe.
Nel Divenire reale, il giusto diventa l’ingiusto e l’eccesso di virtù diventa vizio. Uno Stato che cresce quantitativamente per popolazione e ricchezza cambia la sua natura, la sua struttura, la sua costituzione; può anche crollare dall’interno proprio a causa di quella costituzione che prima della sua espansione, era causa della sua prosperità e della sua potenza.
Il movimento dialettico, detto altrimenti divenire è dunque unità del continuo e del discontinuo, e ciò presuppone salti, mutamenti di determinazioni qualitative e di grado.
Il divenire è uno sviluppo continuo, una evoluzione e insieme è disseminato da salti, da brusche mutazioni e da capovolgimenti. Ma il divenire è anche involuzione, perché porta con sé e riprende ciò da cui è partito, pur dando forma a qualcosa di nuovo.
Non esiste divenire assolutamente rettilineo. Queste “leggi dialettiche” sono l’espressione più generale e la prima analisi del divenire. Si può dire che riassumano i caratteri essenziali, senza i quali non vi è divenire, ma stasi, o, più esattamente, ripetizione “ostinata” di un elemento astratto da parte dell’intelletto.
Queste determinazioni più generali si generano le uno dalle altre, articolandosi esse stessi in un processo. La triplicità delle determinazioni dialettiche è solo un aspetto superficiale, esterno, del modo di conoscenza. In sé il movimento è uno.