«Fuchs sostiene che, siccome gli utenti non sono pagati per la produzione di plusvalore, il valore della loro forza lavoro è nullo. Quindi, tutto il valore da essi prodotto va al capitale […]. Il tasso di sfruttamento sarebbe quindi infinito, il che significa che chi produce plusvalore vivrebbe d’aria. Ci troviamo dinanzi ad una meraviglia del cosiddetto ‘capitalismo conoscitivo’: qualcosa che non ha valore può produrre valore e plusvalore. Passiamo dalla fantascienza alla scienza.»

«Nelle aziende di informatica, alcuni lavoratori mentali, la cui forza lavoro è altamente qualificata, possono e devono usare la loro creatività per risolvere problemi concettuali. […] Tuttavia, lungi dall’essere una pre-configurazione della classe lavoratrice del futuro, essi potrebbero essere considerati come una nuova forma di aristocrazia operaia. Nonostante i loro privilegi, essi sono soggetti al dominio del capitale.»

Con la recente scomparsa di Guglielmo Carchedi, il pensiero marxista perde uno dei suoi interpreti più rigorosi e scientifici. In un’epoca segnata dal disarmo ideologico e dal rapido abbandono delle categorie del materialismo storico, Carchedi ha rappresentato un baluardo teorico fondamentale. Di fronte alla ristrutturazione tecnologica del capitale e all’avvento della rete, l’autore ha saputo estendere la legge del valore di Marx alla produzione di conoscenza e al lavoro mentale, rifiutando ogni cedimento all’apologetica borghese.

Questo articolo nasce come tributo militante alla sua opera e come occasione per fare i conti con un ventennio di ubriacature teoriche post-operaiste. Dalla fine degli anni ’90, infatti, una vulgata intellettuale — alimentata dalle tesi di autori come Toni Negri o Christian Fuchs — ha spacciato il concetto di “capitalismo cognitivo” e la categoria del “cognitariato” come l’avvento di una nuova epoca emancipativa. Tale narrazione ha dipinto la flessibilità come liberazione individuale, il lavoro intellettuale come espressione di “magnifiche sorti e progressive” e l’intera società come un’immensa fucina di plusvalore spontaneo (“moltitudine”).

Il risultato di questa mitologia è stato un accumulo di equivoci concettuali che hanno paralizzato la critica del presente. Concetti feticcio come quello del “prosumatore” (il presunto produttore-consumatore simultaneo) o del “lavoro gratuito degli utenti” hanno cancellato la dimensione temporale del processo produttivo. Come dimostra Carchedi con spietata ironia, sostenere che gli utenti di Internet generino plusvalore a salario zero significa postulare un “tasso di sfruttamento infinito” e ipotizzare che i produttori di valore possano “vivere d’aria”. Si è scambiata la materia prima intangibile offerta gratuitamente dagli utenti della rete con la vera fonte del valore economico, che risiede invece unicamente nel lavoro salariato dei lavoratori mentali dipendenti.

Affrontare in modo autenticamente dialettico le nuove configurazioni del capitale digitale significa spazzare via questa “fantascienza” per ritornare alla scienza marxista. Carchedi ci ricorda che:

  • La conoscenza è un prodotto strettamente materiale, fondato sul metabolismo biologico e sulle modificazioni neuronali (sinapsi).
  • I programmatori e gli sviluppatori ad alta qualificazione non costituiscono un’avanguardia liberata dal capitale, bensì una nuova aristocrazia operaia soggetta all’ “autonomia disciplinata”, ai ritmi della competizione e all’estorsione di plusvalore.
  • Le piattaforme digitali e l’open-source non eliminano la divisione in classi né scardinano le leggi dell’accumulazione capitalistica.

Riattivare il morso del Mastino Dialettico significa rifiutare l’illusione che l’interazione spontanea in rete possa condurre al cambiamento sociale senza distruggere i rapporti di produzione capitalistici. Raccogliere l’eredità di Guglielmo Carchedi vuol dire impugnare la teoria del valore come un’arma per smascherare il dominio del capitale digitale e riorganizzare il conflitto di classe.

Rispondi